Nicola Galli
"Si comincia con un campo lunghissimo, ci fermiamo infatti a decine di metri dai due artisti, vestiti con pantaloni e smanicata beige, in assoluta armonia cromatica con la natura; qui assistiamo alla stesura del vocabolario, in una danza fatta di gesti e movenze lente, i segni ampi si ripetono alternando le singolarità con brevi unisoni, in un dialogo mai urlato. Qualcuno di noi si siede, mentre una nota metallica scandisce lentamente il tempo e l’atmosfera musicale. Comparirà poi un bastone dorato che nella tappa successiva assumerà dimensioni più importanti fino all’ultima stazione in cui l’unione di ulteriori parti lo renderà lunghissimo: giavellotto da scagliare, ausilio per saltare oppure, come nel finale, totem da piantare in terra per una comunità in adorazione. E qui gli sforzi della platea (di attenzione e di ricerca dentro e attorno i codici fisici) vengono ripagati con la possibilità di entrare in risonanza con la trama invisibile: il lungo bastone diventa una reliquia da proteggere, oggetto di valore apotropaico o più semplicemente simbolo di una relazione, quella con la comunità degli spettatori delle spettatrici. Avviene tutto naturalmente: i due artisti si avvicinano, cedono parte del peso, chi sceglie di entrare si fa carico di una musica invisibile."

Andrea Pocosgnich [ teatroecritica.net - 06/2024 ]


"L’emozione è forte, si ha la coscienza di partecipare a un evento nel quale le classiche divisioni tra chi fa e chi guarda è superata dalla consapevolezza di contribuire allo stesso momento rituale, allo stesso processo creativo.
[…] Moltissime le suggestioni: il rapporto natura - essere umano, nel doppio senso di interscambio tra l’organico umano e quello della natura da un lato e tra organico e l’inorganico degli artefatti umani dall’altro; il rapporto tra le le rovine romane e i tubi dorati che si fanno simbolo astratto di una valenza antropologica, ricordando la capacità umana di manipolare la natura attraverso gli utensili, cui fa da contraltare il portato simbolico-performativo della coreografia che evoca il rito, si fa simbolo di un immaginario collettivo dove la partecipazione del pubblico non è più ricettiva ma contribuisce direttamente alla performance mutando punto di vista e distanza dai due danzatori e poi unendosi direttamente a loro.
Una performance partecipata che suggerisce un’etica di rispetto dell’altro e altra da sé, sia questa una persona o la natura stessa dentro la quale, nostro malgrado, abitiamo.
La partitura musicale contribuisce al riverbero emotivo di una coreografia esperienziale, la cui musicalità è contaminata dai rumori urbani, quelli del treno che passa sui binari e quello della gente che vive il parco e passa, parla, producendosi in garrule risa o in commenti baritonali, che non disturbano ma contribuiscono alla partitura, in una confluenza tra performance e spazio urbano, in un qui e ora vissuto e celebrato da un evento unico, elegante, intelligente e riuscitissimo."

gaiaitalia.com [ 06/2024 ]


"[…] I due, come rabdomanti che cercano e ricercano, avanzano per intercettare un contatto, una tattilità, un’aderenza con la geometria dello spazio e gli elementi intorno, inclusi, a tratti, gli spettatori. Puntando le aste come sonde, quale strumento di misurazione che dal piccolo si va ad addizionare allungandosi, creando distanza e vicinanza si genera una danza invisibile e mimetica, un rito affascinante che coinvolge lo sguardo e le posture dello spettatore nell’osservare e nel seguire il loro incedere. Pubblico chiamato anche ad attimi di partecipazione – mentre la musica e il canto di un madrigale destrutturato avvolge l’etere -, condividendo la consegna e la restituzione delle aste, che infine saranno unite e innalzate come un unico giunco dorato."

Giuseppe Distefano [ www.exibart.com - 07/2024 ]


"In COSMORAMA, la danza negli spazi naturali trova una delle sue espressioni più lucide, più limpide: non ornamento paesaggistico, ma pratica percettiva che attiva il luogo, lo rende interlocutore, lo trasforma in drammaturgia.
I due performer, figure rarefatte dai movimenti spezzati e lievi, sembrano venuti da un altrove marziano. Il loro muoversi si avvicina a una pratica monastica o meditativa: un Tai Chi postumano in cui il gesto non imita la natura, ma ne rivela l’intelaiatura nascosta, ne amplifica le vibrazioni invisibili.
[...] Alla fine, quando tutto si placa, resta una scultura: un tubo innalzato verticalmente. È il gesto che si ritira e lascia un segno, una verticale che buca il cielo."

Michele Pascarella [ 7/2025 - Garagin Magazine ]


"Galli guida il pubblico in un’ascensione simbolica attraverso il giardino storico, trasformando ogni elemento naturale in parte integrante della composizione coreografica. [...] L’opera si sviluppa come un laboratorio di percezione, dove i confini tra performer e spettatori si dissolvono progressivamente in una lenta processione che evoca tanto i rituali agrari tradizionali, quanto le pratiche contemporanee di consapevolezza corporea, che lo spettatore apprezza.
[...] Per Galli il corpo è una superficie di stratificazione, capace di attivare connessioni profonde con lo spazio che lo circonda. La preparazione, che spesso avviene durante lunghe residenze in luoghi specifici, testimonia per un verso la capacità di costruire un approccio site-specific che fa della danza un atto di archeologia sensibile, per un altro verso la grande capacità delle creazioni di Galli di farsi segno astratto, capaci di trasportarsi e di indagare l’altrove."

Renzo Francabandera [ 7/2025 - Paneacquaculture.net ]


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