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Interview with Nicola Galli
Written by Michele Olivieri
Published on www.sipario.it [ November 2019 ]


Nicola la tua formazione coreutica inizia, dopo lo studio della ginnastica, presso il Teatro Nucleo di Ferrara, tua città natale. Che tipo di evoluzione sportiva e artistica hai intrapreso nel tempo?
La mia formazione non ha seguito un percorso lineare e accademico: ho praticato ginnastica da quanto avevo 4 anni e durante l'adolescenza ho cercato stimolo in differenti discipline e ambiti che ponessero un'attenzione e cura per il corpo.
Guidato dalla curiosità, ho scoperto nella danza una fascinazione per l'utilizzo del corpo in armonia con un sentire interiore, una sensazione che nell'agonismo e nell'esecuzione ginnica non avevo mai provato. Da quel momento ho cercato discipline e pratiche che riuscissero ad approfondire la conoscenza del mio essere.

Poi ha deciso di seguire un iter multimediale e di ricerca coreografica con un occhio al corpo e alla tecnologia. Come nasce quest’esigenza?
Sono parte dell'ultima generazione di migranti digitali e utilizzo il computer dalla pre-adolescenza, quindi il rapporto con il multimediale e lo strumento informatico è per me una normale consuetudine piuttosto che un'esigenza.
Utilizzo questo strumento quotidianamente, nella fase di progettazione disegnando coreografie, costumi e scenografie, e in modo naturale si insinua nella creazione interagendo con gli altri elementi che abitano la scena.
In questo rapporto l'aspetto multimediale è un ingrediente che arricchisce il percorso di senso dello spettacolo, non cerco quindi un confronto tra uomo e macchina bensì un equilibrio organico che renda invisibile lo strumento.

Dove trovi la fonte d’ispirazione per le tue coreografie / performance?
Le fonti di ispirazione sono molteplici e solitamente non sono connesse immediatamente alla danza. Mi intessa l'anatomia, l'architettura, il paesaggio, mi nutro principalmente di saggi, musica (con una predilezione per il '900) e arte visiva.
A partire da questi stimoli germoglia un argomento incorniciato da una rete di connessioni e idee che gradualmente mi guida nella strutturazione di una creazione.
Questo percorso di studio personale può durare anche un anno; una volta concluso inizia il processo di creazione insieme al gruppo di lavoro, fase che segue la traiettoria del progetto per mettere in pratica le idee.

A volte è sufficiente un gesto?
A volte è sufficiente l'essenziale. Raggiungere l'essenziale significa arrivare in profondità e toccare un nervo capace di intercettare un senso di meraviglia.

A tuo avviso con la danza ci si può confrontare sulle problematiche attuali?
Se la danza viene intesa come strumento educativo (in termini di visione e pratica) e non esclusivamente come racconto o rappresentazione, assolutamente si. In senso più generale, l'arte è un mezzo che ci aiuta a comprendere chi siamo e come vogliamo abitare il mondo.

L’arte deve sempre pronunciarsi su questioni che riguardano il proprio tempo?
L'arte è innanzitutto un atto politico, uno specchio che racconta e celebra il mondo. Occuparsi e pronunciarsi sul presente non è un dovere e non è una regola inviolabile, ma è sicuramente una responsabilità dell'artista essere cosciente e sapere se tra le sue esigenze c'è il desiderio di raccontare il tempo che viviamo.

Il tuo è un lavoro che stimola nuovi orizzonti di pensiero, che pone degli interrogativi, che fa riflettere. Come vedi il lato puramente dell’intrattenimento?
Trovo personalmente strano percepire un teatro che interroga slegato o in opposizione da un teatro che intrattiene. Mi interessa sicuramente riflettere su cosa significa intrattentimento per gli spettatori e cosa personalmente ci intrattiene.
Quello che mi porta a teatro è sicuramente il senso di mistero che provo ogni volta che inizia uno spettacolo. Esco appagato se sono tormentato dalle domande, pieno di dubbi, se l'esperienza che ho vissuto rimane nei miei pensieri e bagna i miei occhi a lungo.
Non si tratta quindi di una questione di forma o formato, ma di intenzione e di urgenza artistica che traspaiono dalla creazione. Quello che non mi intrattiene è sicuramente un'arte di superficie, che non cerca quell'essenziale di cui parlavamo prima.

L’arte deve destabilizzare, scuotere, stimolare una reazione, spingere ad un’osservazione diversa, per rendere l’uomo più partecipe e consapevole al mondo che lo abita. Con il tuo lavoro come solleciti il pensiero dello spettatore, qual è il messaggio che desideri lasciare in eredità al pubblico che assiste ad una tua creazione?
Non ho la pretesa di dare messaggi agli spettatori, bensì desidero sollecitare a un pensiero e a una riflessione. Questo perché il messaggio implica in modo intrinseco un'unica soluzione e punto di osservazione; io ricerco nelle mie creazioni un orizzonte di sguardi.
L'artista ha quindi bisogno di dubitare e di essere veicolo, non un profeta. Amélie Nothomb diceva "Dietro ogni opera si nasconde una pretesa enorme, quella di esibire la propria visione del mondo. Se una simile arroganza non è controbilanciata dai tormenti del dubbio, si ottiene un mostro che sta nell'arte come il fanatico alla fede".
L'eredità è la bellissima esperienza effimera del teatro, risultato che avviene nell'incontro tra spettatore e l'opera.

Nelle tue creazioni la musica ha un ruolo fondamentale o predomina di più l’aspetto tecnologico o estetico?
In questo momento la mia ricerca artistica è guidata dalla musica, tuttavia l'elemento visivo caratterizza le mie creazioni ed è per me indispensabile far convivere sul palcoscenico entrambe le peculirità all'insegna di una trasversalità di linguaggio scenico.
Il suono e la luce sono elementi che hanno la stessa corporeità del corpo umano, per questo abitano la scena in modo paritario, senza una gerarchia.

Nicola che tipo di danza contemporanea prediligi? Se ti capita di andare a teatro ad assistere ad uno spettacolo, cosa scegli?
Amo la pluralità e desidero prima di tutto riconoscermi in uno spettatore ancor prima di sentirmi un coreografo. Non mi lascio guidare dalle tradizionali categorie che tentano di incasellare le opere (azione che risulta sempre più forzata e vana in questa esplosione di formati), bensì mi lascio catturare da creazioni e formati diversi.
Servirebbero giornate di 48 ore per poter andare più spesso a teatro.

Credi sia fondamentale per un coreografo aver avuto esperienza, prima, di danzatore?
Per me non è fondamentale un'esperienza pregressa in quanto dipende fortemente dalla metodologia del coreografo o della coreografa. Esistono molteplici e personali approcci per guidare un gruppo di lavoro al fine di concretizzare le proprie idee.
Posso quindi parlare per me dicendo che per spiegare un'idea o un'immagine che ho in mente ho prima la necessità di praticarla in prima persona. Solo così posso percepirne l'esattezza e trasmetterla.

Oggi dove tutto “fa danza ed è danza” credi che la vera differenza risieda nella memoria storica, nell’identità creativa e nella professionalità qualitativa dell’artista?
Tracciare i confini della danza e cercare il giusto filtro che selezioni le creazioni incasellabili in questa categoria è un'impresa scivolosa tanto quanto raccogliere l'acqua con un vaso infranto. Inoltre questo quesito ha acceso un divisionismo che ancora oggi persiste e rende difficile l'operato di teatri e compagnie, nonchè l'obiettivo comune di educazione di uno spettatore consapevole.
La tendenza immediata è quella di effettuare paragoni cercando tra gli artisti odierni nuove icone analoghe a coloro che hanno rivoluzionato la danza in passato, ma non sono sicuro che questo gioco di parallelismi sia il filtro giusto per identificare la danza di oggi.
Proprio perchè la danza del nostro tempo è un'esplosione di linguaggi e formati in costante mutazione, ogni ricerca creativa diventa identitaria della sua coreografa o coreografo.
A cosa ti riferisci quando parli di professionalità qualitativa? Nella qualità tecnica degli interpreti in termini di preparazione accademica? O è intesa come profondità interpretativa e aderenza all'idea dell'artista?
Il bisogno di definire cos'è danza nasce perchè questa disciplina cammina sempre di più in un crinale di ibridazione, perdendo il suo contorno, crescendo e allontanandosi dal suo passato, acquistando nuove sfumature e modalità di fruizione. Questo processo è naturale e per me non è un campanello di allarme o estinzione, bensì fermento.

Cosa ti affascina, in senso lato, nel “teatro”?
Il teatro mi affascina per la sua secolare funzione aggregativa, per quel profondo e vibrante momento di contemplazione che unisce persone nel buio della platea. Il teatro ci offre uno specchio che mette a nudo il nostro essere e il mondo che abitiamo, e ci riesce attraverso le infinite possibilità che la scena può offrire; questa utopia reale rende il teatro qualcosa di meraviglioso, impalpabile ed effimero.

Quanto è importante ascoltare il proprio corpo al di là dell’estetica?
Essere in contatto armonico con il proprio corpo è fondamentale per comprendere sè stessi e questo legame interiore ci permette di percepire e interagire consapevolmente con la realtà quotidiana. Per un danzatore/danzatrice il corpo è uno strumento, quindi l'ascolto è alla base di qualunque disciplina da studiare o spettacolo da realizzare.
L'estetica per me non è un fine o un obiettivo da raggiungere in temini di gradevolezza e forma, bensì un elemento visivo che concorre alla creazione di senso all'interno dello spettacolo.

Cosa si intende per installazione grafico-visiva?
La mia ricerca coreografica nasce innanzitutto da un pensiero grafico e visivo, attraverso immagini e disegni che mi aiutano a elaborare uno spettacolo o un formato.
Mi capita quindi di uscire dal confine del formato teatrale: parallelamente alle creazioni per il palcoscenico alimento il mio immaginario elaborando dei bozzetti, schemi e quaderni. Ho inoltre una passione per la sartoria e costruzione, mi diletto con il legno e le plastiche e questo mi ha permesso di creare nel 2012 un'installazione per una gallerie d'arte.

Lo studio della danza rinascimentale nel tuo percorso formativo da cosa è dipeso?
Ho incontrato la danza rinascimentale per caso a 16 anni, attraverso un ciclo di incontri pratici in collaborazione con il Palio di Ferrara. Mi piace la musica rinascimentale, per questo ho partecipato. Eravamo solo in sei sul palco malconcio del Teatro Boldini di Ferrara per apprendere il codice di movimento e gli schemi che guidano tutte le coppie durante il ballo.

Mentre l’hip hop quale valore aggiunto ti ha offerto?
L'hip hop è stato un'iniziazione alla danza: arrivavo dalla ginnastica artistica e il mio corpo era allenato esclusivamente a mantenere le articolazioni stese e ordinate secondo un rigido schema al fine di evitare penalizzazioni nelle gare.
Ho passato tre mesi a confrontarmi con l'uso dello specchio (strumento mai usato prima e che ancora oggi utilizzo raramente nel lavoro quotidiano), mentre non ricordo esattamente quanto tempo ho dedicato al riequilibrio del mio corpo nella gestione della disarticolazione e della morbidezza.
Pur passando da un'estremo all'altro, nella mia natura persiste tutt'ora lo scatto, la linea e la densità del gesto.
Come si sviluppa il Metodo Monari?
Il metodo Monari mi ha aiutato a 19 anni quando per un mese perdevo parzialmente la sensibilità delle braccia per qualche ora. Si trattava di una forte contrattura che schiacciava i nervi che passano nelle spalle.
Ho scoperto così il metodo Monari, una pratica personale di riequilibrio muscolare attuato attraverso automassaggi ed esercizi con delle piccole sfere di diversa densità. Questo metodo deriva dagli studi di Françoise Mézières incentrati sulle catene muscolari e aiuta a sciogliere tensioni muscolari e di conseguenza tensioni dell'animo. Questa pratica guidata ti predispone a un profondo ascolto e suggerisce l'idea di essere responsabili per prendersi cura del priorio corpo in autonomia.

Hai trovato un tuo personale significato al “concetto di forma pura”?
Ho compreso che la forma è un concetto labile strettamente legato alla vista e alla luce, nonchè una convenzione, come il tempo. Come dicevo prima, non associo alla forma un principio estetizzante bensì è intesa come contenuto che alimenta il percorso drammaturgico dello spettacolo. La forma, dal punto di vista geometrico, connette il corpo all'universo, dunque al moto - penso a Vitruvio e a Leonardo Da Vinci - e svolge nelle mie creazioni una funzione semiotica e simbolica. In questa comprensione sono stati fondamentali i testi di Tito Lucrezio Caro, Juhani Pallasmaa e l'incontro con Enrico Pitozzi durante un workshop condotto insieme a Simona Bertozzi svoltosi all'Arboreto - Teatro Dimora di Mondaino. Che esperienza è stata quella di danzatore presso “CollettivO CineticO”?
L'incontro con Francesca Pennini è stato artisticamente e umanamente illuminante.
Arrivavo dagli studi di teatro fisico e metodo Stanislavskij, parallelamente avevo intrapreso la mia ricerca personale e in quel momento la performing art è entrata prepotentemente nel mio orizzonte grazie alla visionarietà di Francesca. Nei processi creativi e negli spettacoli di CollettivO CineticO ho ritrovato interessi ed estetiche affini, oltre a un modus operandi che ancora oggi conservo con devozione.

Quanto giocano nel tuo lavoro la geometria, l’anatomia e l’astronomia e da cosa parti per lasciarti affascinare da questi elementi?
Questi interessi sono le fondamenta della mia ricerca.
La geometria mi affascina per la sua essenzialità ordinatoria, è il minimo comune denominatore che unisce le mie creazioni in quanto disegna la scena e guida il movimento tessendo una rete di direzioni e traiettorie tra i soggetti (umani e non). L'anatomia studia il nostro strumento sensoriale, seziona il corpo per guardarlo, per studiarne le funzioni e la struttura cercando di svelare le meraviglie che ancora restano sconosciute.
In opposizione all'anatomia, l'astronomia studia il mondo che abitiamo e con secolare desiderio scruta l'universo alla ricerca di nuovi tasselli per comprendere l'origine del moto universale.

Nel passato sei stato selezionato dall’Istituto Italiano di Cultura di Parigi per la performance “Delle ultime visioni cutanee” per chi non l’avesse vista vuoi raccontarla a parole?
Delle ultime visioni cutanee è il capitolo finale di una ricerca dedicata all'anatomia umana ed é una performance intima che alterna arte visiva e danza.
In questa creazione costruisco un ambiente installativo che mette in luce la natura stratificata del corpo umano, ovvero lo strato epidermico, muscolare e osseo.
In scena utilizzo alcuni fonte luminose e manipolo degli oggetti (tra gli altri un tavolo in abete, una lastra di plexiglass, una mela) guidando lo spettatore nell'osservazione della materia. Attraverso questa pratica contemplativa si possono cogliere negli oggetti delle caratteristiche anatomiche, per poi ritrovarle nel corpo in movimento attraverso tre danze che intervallano questo processo di micro e macro osservazione.
Il mio corpo non è quindi protagonista in questo assolo, ma svolge una funzione di supporto a favore di questi oggetti che assumono il ruolo centrale di testimoni e tracce di un corpo che è stato completamente sezionato e scandagliato.

Qual è il filo conduttore che lega la tua trilogia coreografica dedicata al sistema planetario?
Le tre creazioni "JUPITER AND BEYOND", "VENUS" e "MARS" sono nate in questo ordine e hanno come comune denominatore il senso geometrico che governa la scena il movimento.
In Giove l'atmosfera è austera, il movimento è squadrato, in Venere i corpi si ammoridiscono e il gesto diventa rotondo, sinuoso fino a divenire vorticoso. Marte invece incrocia queste due geometrie in un corpo irrequieto e instancabile. Dunque la fine di una creazione determina l'inizio della successiva.
Un altro elemento che accomuna le creazioni è la sottrazione: in Giove sono presenti 3 corpi, Venere è un duetto mentre Marte è un assolo. In scena mi accompagnano dunque dei compagni di viaggio e in ogni tappa qualcuno si perde in questo sconfinato universo.

Per concludere Nicola, come vedi e cosa ti aspetti dalla tua personale visione di “orizzonte scenico trasversale”?
Auspico di continuare ad approfondire l'equilibrio tra gli elementi che più mi appassionano: il pensiero geometrio che tutto ordina e allinea, l'umano come oggetto centrale di studio, la trasversalità dei linguaggi capace di piegare e de-centralizzare queste traiettorie a favore di un orizzonte accogliente e ibrido.