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Alla ricerca del corpo pensante sulle ali della Fabula Mundi. Conversazione con Nicola Galli
di Nicola Arrigoni
Pubblicato su SIPARIO [ dicembre 2021 ]


Esile con una lunga chioma azzurrina, Nicola Galli è una presenza nella danza contemporanea italiana che sembramettere d’accordo la leggerezza di Ariel e l’imprevedibilità di Puck, inseguendo sempre una sorta di leggera danza della fabula che dischiuda il mondo. Colto, raffinato, minimalista nel porsi, ma determinato nell’agire, Nicola Galli, classe 1990, ha al suo attivo parecchi riconoscimenti. Nel 2018 ha ricevuto il Premio Equilibrio della Fondazione Musica per Roma con lo spettacolo Deserto digitale, sempre nello stesso anno «Danza & Danza» lo premia come miglior coreografo emergente con lo spettacolo De rerum natura, l’anno successivo ottiene il premio nazionale Sfera d’Oro per la danza ed ultimo in ordine di tempo è il premio Radicondoli per il teatro nel nome di Valter Ferrara per l’innovazione e l’uso di nuove tecnologie nel teatro con la performance Genoma scenico | dispositivo digitale, invenzione di resilienza artistica in tempo di pandemia. Nicola Galli – come gli artisti della sua generazione – è performer che non teme la commistione dei linguaggi, che nel limite della semantica coreutica elabora la propria idea e pratica di danza, artista che ha una formazione poliedrica e inattesa, come lui stesso racconta, recuperando l’esperienza di ginnasta che ha fatto da viatico alla vocazione di danzatore.
«Ho praticato ginnastica artistica a partire dai 4 anni e ho incrociato la danza per la prima volta durante una lezione (una di numero) di danza classica alla sbarra che il mio insegnante aveva organizzato per aiutare me e i miei compagni ad essere più espressivi durante l’esecuzione degli esercizi virtuosi al corpo libero - racconta -. Se ci penso ora mi fa sorridere ricordare quell’episodio così fuori contesto ai miei giovani occhi rispetto all’unico mondo che conoscevo».

Quando ha avuto l’incontro consapevole e cercato con la danza?

Il vero incontro con la danza e il movimento è avvenuto però nell’adolescenza, per pura curiosità e senza troppe programmazioni. Il passaggio è stato molto naturale e una volta varcata la soglia ho percepito l’enorme potenziale inespresso di cui potevo nutrirmi per una crescita personale. Dalla ginnastica artistica ho conservato il rigore delle linee, la capacità intellettiva di organizzare il corpo, l’equilibrio, la cinetica. Dopo tutto, questi concetti non sono poi così distanti dalle discipline coreutiche:sono sguardi e modalità differenti per ‘organizzare’ e immaginare il corpo in relazione alla musica e allo spazio.

E sempre parlando di formazione iniziale, il suo percorso artistico incrocia il Teatro Nucleo in cui l’attenzione allo spazio urbano, alla relazione con lo spettatore e la ricerca di un teatro che è rituale e festoso sono determinanti. Cosa si è portato via di quella esperienza? E quanto l’aspetto relazionale, la drammaturgia dei materiali e del recupero antropologico di rituali hanno influenzato il suo lavoro?
L’incontro con il Teatro Nucleo ha determinato la mia decisione, prima personale - da spettatore e da allievo - e poi professionale, di entrare in contatto con l’articolato mondo del teatro. Questa esperienza quinquennale mi ha permesso di ‘assaggiare’ tutti i ruoli che gravitano intorno al palcoscenico: prove attoriali e canore, tecniche gestuali e di movimento, la creazione sartoriale, scenografica, illuminotecnica, la relazione con lo spazio urbano e teatrale e il valore imprescindibile dell’incontro con il pubblico. Pur essendomi allontanato artisticamente da quel linguaggio per cercare una mia traiettoria, ho conservato nel mio lavoro quotidiano l’amore e l’attenzione per tutte queste pratiche. Amo disegnare e a volte cucire i costumi, realizzare scenografie e occuparmi del disegno luci in prima persona; tutto questo mi aiuta a percepire il mio ruolo di coreografo come un crocevia tra le discipline, a sperimentare nuove forme, a plasmare immaginari da condividere nello spazio della relazione e farli risuonare nella sensibilità di chi guarda e fruisce.

Dalle origini di ginnasta, passando per l’opera totale del Teatro Nucleo, non sembra dunque un’eresia trovare nel suo bagaglio coreografico incursioni nella danza rinascimentale, nell’hip hop e nella contemporanea. Tutto ciò sembra coniugarsi con una visione onnicomprensiva dell’atto creativo, si avverte un suo desiderio di controllare ogni aspetto della messinscena. Da dove nasce questo tuo essere onnivoro?
Penso dipenda da un’innata curiosità, un desiderio di sconfinare, valicare i mondi conosciuti per esplorare e unire le mie passioni per la fotografia, la grafica, l’anatomia, la scienza e la materia. Sento questa pulsione non solo nei confronti della danza, ma anche in altri campi - la sartoria, la scenotecnica, l’educazione - questo mi aiuta a non essere sedentario, a ridefinire il mio approccio percependomi ibrido e accogliente nei confronti di un panorama di linguaggi eterogenei.

Un altro aspetto che coesiste alla sua attività di danzatore è quello di formatore. Verrebbe da pensare a un formatore in formazione... Come mai l’esigenza di costruire occasioni laboratoriali e di confronto coreutico con pubblici/allievi di tutte le età.
Le pratiche di movimento sono un potente strumento di scoperta del proprio corpo e del proprio essere, nonché un modo per entrare in connessione con l’altro e allenare l’ascolto profondo. La mia attivit àartistica da sempre si estende oltre il palcoscenico: mi piace elaborare percorsi dedicati a giovani danzatori e danzatrici in formazione e proporre pratiche di movimento per cittadini e cittadine desiderosi di avvicinarsi ai linguaggi del contemporaneo. Questi valori educativi sono fondamentali per armarsi di visioni, per entrare in contatto con tutta la comunità (di artisti, spettatori e spettatrici) che vive il teatro e crescere umanamente insieme. Io stesso sono innanzitutto uno spettatore, oltre che un danzatore e un formatore, per questo desidero sentirmi in costante formazione e aggiornamento.

Da Delle ultime visioni cutanee... per proseguire alle visioni sottocutanee e arrivare fino a Il Mondo altrove si ha l’impressione di una sorta di movimento centripeto del suo agire che va dall’intimità del corpo e dello spazio alla costruzione rituale di un mondo nuovo. Quali punti di contatto esistono in questo percorso coreografico e quali sono le evoluzioni di pensiero?
All’inizio del mio percorso autoriale ho strutturato il lavoro in episodi coreografici, dando vita al primo progetto sull’architettura del corpo e alla trilogia ispirata al sistema planetario. Questa metodologia è proseguita strutturando la ricerca in tappe che restituiscono gli esiti scenici (spettacoli per il teatro, performance, installazioni) di una traiettoria d’indagine che continua ad avanzare.
Nella mia visione convivono l’attenzione per il dettaglio e uno sguardo esteso, lontano, proiettato verso paesaggi e mondi lontani.
Questa doppia dimensione - micro e macro - mi aiuta a mettere a fuoco la dimensione umana come unità di misura del mondo e allo stesso tempo attiva una visione allocentrica che decentralizza l’umano per visualizzare la vastitàdel mondo che ancora non comprendiamo.

Come arriva a interrogare il De Rerum Natura di Lucrezio... che conferma una sua propensione ad ampliare lo sguardo dal corpo/io al corpo/noi collettivo?
L’incontro con La natura delle cose è stato uno dei più folgoranti. L’opera di Lucrezio o re una meravigliosa, enciclopedica, pre-scientifica e poetica visione del cosmo. Tra le pagine di questo libro, oggi ancora così ardente, risiede il racconto temporale di tutta la vita, dalla nascita all’inesorabile declino, il moto del mondo, i fenomeni naturali, i cinque sensi, il rapporto tra anima e intelletto, l’unione dei semi (che noi chiameremo in futuro atomi), la forma della materia, il rapporto di interdipendenza delle cose e tantissimi altri temi affascinanti. Trovo incredibile la semplicità e l’immediatezza con le quali Lucrezio ci regala - a distanza di 22 secoli - tutta la complessità del mondo e del nostro essere, e tenta di dischiudere senza tregua i quesiti più conturbanti. E lo fa perché - citando un suo passaggio - il nostro appetito di vita è vorace, la nostra sete di vita insaziabile (libro III - 1082).

In Genoma scenico mette in atto una sorta di gioco di ruolo volto a scardinare la semantica coreutica... quasi a voler rendere consapevole lo spettatore e la visione che si fa dello spettacolo. Da cosa nasce questa esigenza, a cosa risponde?
Più che scardinare, parlerei di svelamento e dissezione. Il progetto ‘genoma scenico’ nasce dalla sinergica collaborazione con il Museo delle scienze MUSE di Trento e diversi partner italiani. In occasione di una mostra temporanea incentrata sul genoma umano e sulla divulgazione delle recenti scoperte nell’applicazione scientifica ho elaborato questo progetto ispirandomi alla ricerca genomica, ovvero la disciplina che mappa il patrimonio genetico che guida lo sviluppo e il funzionamento degli organismi viventi. Nell’applicare questa disciplina a uno spettacolo di danza ho elaborato un dispositivo ludico che permette al pubblico di realizzare in modo istantaneo brevi composizioni di danza interagendo con i performer in scena. Il valore ludico-educativo di questo progetto risiede in un personale desiderio di allargare il raggio della responsabilità artistica e di fornire il pubblico di uno strumento per scoprire i parametri (in altre parole gli ‘ingredienti’) di una performance e guidarlo nell’utilizzo creativo per sperimentare l’incredibile ventaglio di possibilità e combinazioni. Un pubblico consapevole e capace di leggere i codici del contemporaneo è un pubblico sapiente, pronto ad attivarsi e a vivere il proprio tempo. Piegare la forbice che separa pubblico e percezione del contemporaneo come arte inaccessibile è un tema di cui siamo tutti responsabili.

Cosa vuol dire danzare per Nicola Galli?
Danzare significa entrare in contatto con una dimensione altra della propria corporeità, mutare i connotati e le forme antropomorfe del corpo, a dandosi alle sembianze del regno animale, vegetale, diventando invertebrato, esoscheletro, squamoso e alato. Il corpo in scena è chiamato ad essere un organismo pensante, sensibile, permeabile, percettivo, di uso e immerso nella molteplicità di elementi che concorrono alla totalità di questo ecosistema scenico. Danzare significa quindi de-centralizzarsi, divenire co-abitante e percepirsi all’interno di questo ecosistema privo di gerarchie. Significa vivere in uno spazio mutaforma che può divenire stanza, aula del discorso, caverna, cratere, pendio, oceano celeste. Significa spogliarsi di quell’ingombrante dualismo degli adulti che compara il reale alla finzione, proprio perché l’arte è un gioco serio che non cerca di aderire al reale o di travestirsi per assomigliare a copie sbiadite del reale, bensì lo abbraccia per provocare uno sfasamento, uno slittamento che ci aiuti a rileggerlo e ridefinirlo.

In che direzione sta andando la sua ricerca?
In questo momento la mia attenzione è focalizzata sull’antico rapporto tra uomo e natura. Esprimo questo sentire nelle mie creazioni De rerum natura, Deserto digitale, Il mondo altrove nelle quali affronto importanti temi quali l’ascolto profondo del corpo, la relazione con lo sconosciuto e il rapporto di interdipendenza tra umano e cosmo. Percepisco questi temi non solo dal punto di vista artistico: essi sono al centro di un passaggio evolutivo necessario a livello globale, politico, sociale e in termini di ecosistema, che mette in discussione la nostra umana percezione egemonica sul mondo per ridefinire il nostro rapporto dialogico con esso e rifondare un equilibrio tra i 5 regni con i quali classi chiamo la vita.

Come è cambiato il tuo modo di intendere la performance dopo la pandemia?
Forse è ancora presto per avere una risposta chiara e cosciente: la pandemia ha dimostrato quanto la nostra necessità - in quanto animali sociali - sia così potente da averci spinto a riversarci velocemente e strategicamente nell’ambiente virtuale per mantenere vive le relazioni, in particolare accogliendo generazioni più adulte alle prese con strumenti, norme e consuetudini sconosciute. Già prima della pandemia il mio rapporto con il digitale era molto forte, per questo ho utilizzato le mie conoscenze per avviare un processo di riformattazione della performance interattiva ‘genoma scenico’, realizzandone una versione aderente alle dinamiche del digitale. Una vera migrazione da offine a online! Il carattere ludico e partecipato di questa creazione si sono dimostrati ancora più potenti nella distanza fisica, intessendo un nuovo paradigma relazionale con il pubblico, trasformato in utente munito di nickname, chat e tessere per interagire con gli interpreti. Dall’altra parte dello schermo io e le mie colleghe abbiamo abitato i teatri deserti, attrezzati con videocamere e svariati computer per orchestrare una vera partita di gioco. La complicità del pubblico avveniva attraverso un grande schermo sul quale leggevamo le interazioni via chat con l’obiettivo collettivo di generare una composizione coreografica. In questa relazione digitale abbiamo scoperto nuove forme di applauso mai esplorate prima. Insomma, tutt’altro che un ambiente impermeabile e surrogato rispetto all’esperienza vissuta nella presenza fisica. Qui i giocatori e le giocatrici sono presenti, partecipano in diretta alla partita così come noi danziamo le scelte del pubblico di fronte agli occhi tecnologici delle telecamere, consapevoli di essere guardati. Questa personale esperienza di liveness - generata in risposta attiva alla chiusura dei teatri durante la pandemia - ha dimostrato quanto la cura e l’accompagnamento del pubblico verso nuovi mondi e modi di fruizione possano essere l’obiettivo comune per crescere insieme e vivere le sfide del presente.